Tu non sei dalla mia parte. Dell’ “alimentazione a base vegetale”

2000px-Veganarchism.svgSempre di più assistiamo oggi al proliferare di riferimenti più o meno espliciti al veganismo inteso come “stile di vita” o “dieta” mirata al miglioramento della salute personale.
Quasi sempre mancano, in questi casi sempre più frequenti, riferimenti ai motivi etici che conducono ad una presa di posizione che è etica e politica e il messaggio che viene divulgato è meramente alimentare.
Sempre più assistiamo alla nascita di portali, blog personali, siti di informazione nutrizionale (più o meno fondata e veritiera) e alla conseguente nascita di figure professionali ad hoc.
E’ facile oggi trovare sedicenti nutrizionisti e l’offerta legata alla formazioni di figure quali “chef vegan” o simili è senza dubbio ampia.
Parliamoci chiaro: il veganismo è diventato un business.
Districarsi fra le maglie del “veg business” non è semplice per chi magari si avvicina all’argomento in cerca di informazioni ed è interessato ad approfondire, e ovviamente nascono spesso dei fraintendimenti che, se non fossero gravissimi, sarebbero addirittura divertenti.
Dal “Sarò vegan fino alle 18” al “Dieci giorni da vegano” passando per le più svariate e deliranti combinazioni alimentari condite da yoga e tai chi, è sempre più difficile oggi leggere e sentir parlare di attivismo, etica, autoproduzione, antiautoritarismo e ci si imbatte spesso in deliranti scritti di personalità che rasentano il razzismo e propugnano contemporaneamente un’alimentazione a base vegetale. Per dirne una fra le varie ed evidenti contraddizioni.
Ecco.
La questione è senza dubbio anche terminologica.
Se chi decide per motivi che nulla hanno a che fare con l’antispecismo, con l’etica, con la politica e con l’economia di “mangiare vegetale” si limitasse ad usare l’espressione “alimentazione a base vegetale”, sicuramente la confusione sarebbe minore e riusciremmo ancora a fare in modo che la linea di demarcazione netta che sussiste indiscutibilmente fra “veganismo etico” e “veganismo alimentare” sia precisa e chiara.
Ad oggi purtroppo così non è e chi come noi cerca di fare informazione, divulgazione e attivismo sul territorio e vede il veganismo come espressione pratica di una teoria antiautoritaria, si trova spesso ad affrontare discussioni che rischiano di costituire solo una enorme perdita di tempo con chi spesso cade dalle nuvole quando si cerca di spiegare che no, la perdita di peso e il calare del colesterolo cattivo non c’entrano nulla con quello che facciamo.
Quel che è peggio è che – come è logico che sia quando in gioco ci sono soldi – anche dei “colossi” che tanta disponibilità di mezzi economici hanno a disposizione, li investono in informazione (o presunta tale) che altro non fa se non creare confusione.
Chiamiamo le cose col loro nome: si tratta di pubblicità.
I prodotti vegani sono entrati nei supermercati e vengono comprati.
Per questo motivo, visto che il loro costo nella grande distribuzione e nei negozi specializzati è nettamente superiore rispetto a quello dei prodotti “ordinari”, questi costituiscono un enorme introito e il sostegno dei distributori e dei produttori è massimo nella divulgazione delle loro “linee verdi”. Nella maggior parte dei casi, chiaramente, questi produttori si dedicano ormai tanto alla produzione “ordinaria” tanto a quella “vegetale”. (Vedi caso Granarolo) ma se anche si dirigessero verso una produzione vegetale industrializzata, niente cambierebbe nell’ambito di meccanismi che il capitale ha già rodato nell’ambito dell’economia “ordinaria”.
Ora.
In tanti esultano perché attribuiscono a tutto questo un’accezione positiva e scattano foto ai banconi dei supermercati carichi di latte vegetale e affettato di soia, molti altri però si battono ancora perché non vengano persi di vista contenuti, significati, basi e obiettivi del veganismo etico che non è per niente uguale all’ “alimentazione a base vegetale”.
Non è una lotta facile, però ci teniamo a che intanto venga definita tale, una lotta – riveduta e corretta perché con interlocutori che parlano una lingua diversa – contro il capitale e la grande distribuzione.

“Vegan” non è un marchio.
“Vegan” non è un bollino da appiccicare su prodotti dalla dubbia etica per farli rientrare in un redditizio network.
“Vegan” non è una parola breve e dal suono piacevole che è tanto figa sugli accessori e sull’abbigliamento sportivo.
“Vegan” non è un’opzione su un menu.
“Vegan” non è una settimana di pausa per smaltire i chili di troppo.
“Vegan” non è una dieta da prescrivere dopo aver provato la Dukan.
“Vegan” non è un “momento” o un “periodo” per smaltire il cenone di Natale.

“Vegan” è una conseguenza pratica di una critica del sistema produttivo che sfrutta le risorse della terra e gli animali umani e non umani e consegue nel pratico a una teoria antiautoritaria che spazia in ambiti anche molto diversi da quello alimentare.

Se anche i “prodotti a base vegetale” rientrano – come oggi è – all’interno del sistema produttivo industriale e muovono tanto quanto quelli a base animale soldi, business, pubblicità, figure professionali e saltimbanchi di ogni genere, dobbiamo avere le palle di dire che qualcosa non è andato e che è tempo di correre ai ripari prima che sia troppo tardi.
Se non riusciamo a fermarci un attimo davanti a quel bel panino con il tofu proposto come “alternativa” dal pub sotto casa e a pensare che non siamo davanti a un progresso ma che quel tofu rappresenta un adattamento del sistema economico alle esigenze dei nuovi consumatori “verdi”, la strada è molto più che impervia e condurrà inesorabilmente a una sconfitta del “veganismo etico”.
La strada è senza dubbio quella di ricominciare a parlare di contenuti.

Quella del “Perché” prima del “Come”, quella del contatto con chi magari avrebbe tutti i mezzi per capire che un motivo sensato dietro alla parola “Vegan” c’è veramente e che con tutti stì esaltati salutisti e mercanti vari un vegano etico non ha niente a che fare.
Sono tanti gli ambiti in cui questa operazione può essere condotta, a partire dai nostri contatti immediati.
E’ certamente un’operazione sfiancante e che crea non poca angoscia in chi continuamente si sente rivolgere domande del tipo “Ma tu che acqua bevi, quella alcalina?”, ma deve essere portata avanti se vogliamo non essere scambiati per questi zombie/fashion/modaioli che di etico non hanno veramente niente e con i quali è una vergogna anche solo pensare che la gente possa credere che abbiamo a che fare; che non hanno idea di quello che stanno facendo e figuriamoci se sanno dove stanno andando perché al prossimo “prodotto miracoloso” abboccheranno come hanno fatto con i prodotti “VeganOhYeah!” che oggi trovano facilmente nel banco frigo come prima facevano con la spalla di suino.

E’ duro da ammettere, è chiaro.
E prevede un forte senso di autocritica perché senza dubbio qualcosa abbiamo sbagliato.
Presumibilmente l’errore è stato “moderare i termini” e limare i contenuti politici affinché la “grande massa” si avvicinasse al tema e non avesse paura di avere a che fare con “questi vegani brutti sporchi e cattivi”.

E’ stato puntare alla quantità e non alla qualità e credere che col tempo avremmo potuto costruire un mondo diverso a partire da questo dimenticando che l’interlocutore è troppo furbo e smaliziato per permettere un mutamento così grande senza assorbirlo e tramutarlo in denaro.

Il capitale questo fa, da sempre. E l’errore fondamentale è credere di potergli stringere la mano a una riunione “di lavoro” prendendo accordi sul futuro con in mano un nonnulla come potere contrattuale.

La situazione non è irrecuperabile, ma prevede un forte impegno.

Ada Carcione

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